Rephotography (06/2011)

Quasi quasi mi viene voglia di lanciare un concorso di rephotography, cioè di rifotografia. È forte lo sgomento che si prova quando ci si trova in un sito famoso, o importante per noi, e, tutt’a un tratto, ci troviamo esattamente nel punto da cui fu presa questa o quella fotografia che è un patrimonio fisso della nostra memoria. È un istante pazzesco, no? È un po’ come viaggiare in una macchina del tempo; un po’ come sederci sulla sedia – straordinariamente ancora calda – della Storia: la nostra storia personale o la Storia universale.

E m’è capitato. Qualche anno fa ho visitato il Museo di Ellis Island a New York. Un luogo epico per gli Stati Uniti, composta com’è la sua popolazione da discendenti di emigrati che in buona parte sono passati di lì. Un luogo eroico e tristissimo, Ellis Island: un incrocio assurdo tra la logica del centro di prima accoglienza – tipo Lampedusa – e le metodiche di indagine antropologica e medica di massa dilagate coi campi di concentramento, di lì a pochi decenni.

Frotte di immigrati – da circa 5.000 al giorno fino a picchi di 11.000! – che parlavano solo il proprio dialetto nativo, sciamavano coi loro pochi averi, appena scesi da un viaggio di poco più d’una settimana (ma costato circa mezz’anno di paga) in attesa di venir accolti da una trentina di domande rituali (tra cui quanto denaro avessero per sostentarsi). In mezzo a loro si muoveva una schiera di medici che, in circa 6 secondi, diagnosticavano una ventina di motivi clinici per cui l’immigrato, ammalandosi e gravando sulla società, non sarebbe stato un buon cittadino. Le porte d’uscita erano tre: una portava i malati curabili o in quarantena, in un ospedale annesso al centro di accoglienza. Una seconda uscita riportava alle navi quanti fossero stati giudicati, come s’è detto, inabili. La terza si apriva invece verso il Sogno Americano.

1905: il volto della giovane ebrea russa ritratta da Lewis Hine è quello di chi ha lasciato oltreoceano la propria casa, i parenti, i pochi averi, le cultura, gli usi e le abitudini; sono gli occhi di chi guarda un nuovo panorama, pieno di incognite e di promesse, ma non riesce a metterlo a fuoco. Assonnata, forse, intontita dalle mille lingue che non comprende attorno a sé, dalle parole scandite da incomprensibili controllori. Forse Lewis Hine si fa capire a gesti, forse è rassicurante, forse lasciarlo fare è la cosa meno complicata. Click! Una frazione di secondo: molto meno del tempo che serve ai medici per la loro semeiotica di massa.

2008: avevo l’inquadratura e la prospettiva della foto di Hine chiaramente stampate nella mente (anche se ora so che dovevo spostare il punto di vista un po’ più in basso e a sinistra) e – con mille limiti evidenti – ho preso una, apparentemente insignificante, foto del finestrone, una volta capito quale fosse quello giusto! Mentre premevo il tasto, però, ho avuto un brivido: mi sono fermato un attimo e, pensando a quella ragazzina, ho – per così dire – sentito il respiro di Hine sulla mia spalla. Mugolava indaffarato e diceva tra i denti: «Sono cinque anni che fotografo questi poveracci; ma, guarda, sarò si e no a metà. Quando ne ho un paio di centinaia buone, mi fermo. Sai, siamo tutti bravi a trattare male ‘sta gente; ma i Padri Pellegrini che hanno fondato l’America, in fondo, chi erano? Migranti, erano! Eh! Ma un giorno questa storia dovrà essere raccontata. Ecco…» Click!, fa lui. E click!, faccio anch’io (ma il rumore e l’effetto non sono affatto uguali). Lui fotografa una ragazza, io una massa di turisti; in mezzo ci stanno centotre anni: un oceano di senso, di motivazioni e di consapevolezze, oltre che di storia e… di acqua salata. Alla prossima.

© Augusto Pieroni (da FotoCult #77, Giugno 2011)


New York - Ellis Island, 2008

New York – Ellis Island, 2008

Lewis Hine_Giovane ebrea ad Ellis Island 1905

Lewis Hine, Giovane ebrea ad Ellis Island, 1905

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