La musica della fotografia (05/2011)

Sono molto affezionato all’idea che si possa riflettere sulla fotografia grazie ad altre discipline; la musica, magari (non è cosa nuova). Lo considero un pensiero trasversale che non distrae, anzi riarticola le nostre nozioni di base. Una delle citazioni/metafore più frequenti nei miei pensieri – tanto che ormai non fa quasi più effetto quando la uso – proviene da Ansel Adams. La chiarezza e l’ineluttabilità del suo pensiero si spiegano con la sua profonda esperienza di musicista. Pur essendo fautore di un purismo con cui rivendicava l’autonomia estetica del linguaggio e del mezzo fotografico, Adams sosteneva che «il negativo è lo spartito, ma solo la stampa è l’esecuzione». Adams apriva cioè al valore dell’improvvisazione. Ora: l’improvvisazione non è casualità, ma esattamente l’opposto; e non è roba per pivelli. Solo un autore esperto sa cosa farsene del caso; tutti gli altri cercano di eliminarlo per paura che pregiudichi le poche certezze espressive o le incerte capacità tecniche. Charlie Parker o Jackson Pollock dovevano solo decidere in che direzione andare, poi… via, andavano! E questo è vero per ogni tipo di performance di livello elevato. Adams – che, grazie alla previsualizzazione necessaria al sistema zonale, sapeva perfettamente cosa avrebbe voluto tirar fuori dal suo negativo in camera oscura – non difendeva certo la casualità che distrugge coerenza e previsioni, quanto la capacità di scegliere e adottare, in corso d’opera, migliorie di performance.

Lucy Lippard e John Chandler nel 1968 scrivevano La smaterializzazione dell’arte, un saggio che presentava e analizzava l’arte concettuale e di performance; in quel saggio sostenevano che le questioni di tempo ed esposizione della fotografia sono paragonabili alla dimensione verticale della musica. La dimensione orizzontale è quel che succede alle note lungo il pentagramma: lo svolgersi della musica nel tempo della sua esecuzione. La dimensione verticale invece è quel che succede quando le note appaiono e si rapportano simultaneamente. Per capirci: è orizzontale la quantità e qualità degli accordi che, messi in serie, identificano canzoni come Heroes o Once in a Lifetime; verticale è invece la quantità e qualità delle note che distinguono un pensoso accordo di La minore, da un intrigante Sol settima aumentata. In sostanza Lippard e Chandler sostenevano che la grammatica verticale della musica (di difficile lettura e rilevabile solo da un orecchio esperto) è la base del brano eseguito, più o meno come la grammatica del fotografico, fatta di tempi d’esposizione, aperture di diaframma e ISO dei fotosensibili (difficilmente leggibile e rilevabile solo da un occhio esperto), sostiene e struttura il racconto fotografico. Il difficile e lo strutturato, insomma, stanno a base e fondamento del godibile, come la grammatica è alla base della sintassi e dello stile. E l’esperto che conosce la struttura verticale può, con essa, improvvisare una struttura orizzontale (vero nonostante l’esistenza del Dada, del Punk, del fotoamatorialismo, della Lomografia etc).

Last but not least (ultima ma non peggiore) una metafora che mi ha colpito stamane. La fotografia non sarebbe una riproduzione fedele del mondo, ma una sua cover. Fa una cover il musicista che riesegue e riadatta al proprio stile un brano celebre di altro artista. Ma c’è modo e modo di fare le cose: spesso una cover ostenta tecnicismo e accuratezza, ma l’ossessione della perfezione porta alla simulazione dell’originale e così la copia risulta inadeguata. Magari solo per il fatto che si mostra come copia. Alcune cover, invece, quasi non somigliano più all’originale (ad esempio quelle raccolte da Peter Gabriel in Scratch my Back del 2010); è allora che il musicista, interiorizzata la struttura profonda del pezzo, finisce per fare la propria cosa, pagando omaggio a uno stupore che non muore più. La fotografia non sarebbe quindi l’immagine del mondo, ma un omaggio in altro stile: un suo amorevole ripensamento per immagini, reimpiegate al fine di creare immagini nuove. Funziona! E alla prossima.

© Augusto Pieroni (da FotoCult #76, Maggio 2011)


Ansel Adams nella sua darkroom domestica, 1968

Ansel Adams nella sua darkroom domestica, 1968

J.S. Bach, manoscritto originale (non finito) del Contrapunctus XIV, 1745-51

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Mario Giacomelli, da Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1962-3

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